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Maschio bianco etero di John Niven, la post-recensione

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Il mio secondo contatto con John Niven non è stato folgorante come il primo (post-recensione di A volte ritorno) ma merita di essere recensito.

Maschio bianco etero è un libro di cui non ci si innamora subito in cui Niven tende a ripetere troppo alcuni schemi narrativi e che, senza l’appeal che aveva il titolo precedente, rischia di arenarsi nella prevedibilità a volte quasi fastidiosa. Rimane comunque un ottimo esercizio di lettura, un romanzo con una bella trama e un protagonista che è tutto un programma.

Kennedy Marr è uno scrittore e sceneggiatore. Kennedy Marr è un ubriacone e  cialtrone. Kennedy Marr è un malato di sesso a livelli stellari. Kennedy Marr è il protagonista di Maschio bianco etero.

Con un solo best seller e un altro paio di romanzi all’attivo, il nostro anti-eroe vive correggendo e scrivendo sceneggiature per il fantastico mondo di Hollywood; trascorre le sue giornate crogiolandosi nel lusso tra colazioni luculliane, drink a qualsiasi ora e donne a go go. L’unico suo problema è scegliere quale sia il vino migliore per accompagnare il pasto o quale ragazza sdraiare dopo cena. La sua vita scorre così: tra fiumi di denaro che escono dal suo sontuoso conto corrente ed estasi orgasmiche l’una dietro l’altra.

Purtroppo per lui la pacchia finisce quando una prestiogiosa università inglese lo insignirà dell’altrettanto prestigioso premio letterario che segnerà la fine dei suoi bagordi. Il premio (500.000 sterline) comporta un periodo di insegnamento presso l’università e quindi il trasferimento nella grigia Inghilterra ma per Kennedy rappresenta anche, cosa non del tutto da sottovalutare, il ritorno alle origini.

Nella più classica delle soluzioni narrative Kennedy dovrà fare i conti con il suo passato, la sua famiglia e l’ex moglie con figlia annessa.

Diciamo che quello che mi aveva sorpreso di Niven nel romanzo precedente, e cioè l’originalità della storia, qui è del tutto assente e, anzi, all’incirca a metà libro si comincia a fare fatica avendo a che fare con la solita scena: Kennedy che si lamenta, Kennedy che si ubriaca, Kennedy che scopa, Kennedy che finisce nei guai. Kennedy che…che palle! Poi però Niven tirà fuori l’asso e la trama accelera costringendoti a stare attaccato al libro fino alla fine con qualche sadico e sagace colpo di scena che fa quasi dimenticare la noia di prima. Quasi, purtroppo.

Se mi permettete il paragone azzardato, l’all in di Niven non salva il suo romanzo dalla subordinazione al precedente ma, com’è noto ai più informati, il secondo romanzo di un autore (così come il secondo album di una band) è sempre quello più difficile. Però questo per Niven è il terzo…

Una cosa però mi piace di questo autore: prende la società e la seziona portando alla luce i suoi difetti peggiori; li analizza e li banalizza mostrandonceli per come sono. Vuoti, meri comportamenti idioti imposti dall’ambiente e da una soietà che vuole massificare per includere. In questo John Niven è sicuramente uno degli scrittori più interessanti di questo periodo.

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