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Boyhood ovvero adolescenza

Una volta ho provato a scrivere tutto ciò che ricordavo della mia adolescenza, gli avvenimenti divertenti, quelli memorabili e anche i momenti brutti: ne è venuto fuori un polpettone confuso in cui nemmeno io che conoscevo l’effettiva sequenzialità dei fatti riuscivo a capirci nulla. Però io non mi chiamo Richard Linklater e di lavoro non faccio il regista.

Boyhood non è un film, o perlomeno non lo è nell’accezione che la maggior parte degli spettatori pensa ma piuttosto è un vero e proprio esperimento, quello di raccontare gli anni dell’adolescenza in modo genuino, con realismo e chiarezza e senza forzature nella sceneggiatura.

Per farlo Linklater ha scelto un metodo del tutto originale ovverosia ingaggiare un attore di sei anni (Ellar Coltrane) e fargli recitare le varie scene del film, corrispondenti alle varie  fasi dell’adolescenza, via via che cresceva: questo ha fatto si che la gestazione di Boyhood durasse ben 12 anni. Ma se il risultato è questo allora ben venga, altro che le menate di James Cameron che ci mette 10 anni per creare quella cagata di Avatar con la sceneggiatura scritta davvero da un bambino di 6 anni.

Mason, dunque, è un ragazzino che vive insieme alla mamma Olivia (Patricia Arquette) e alla sorella Samantha (Lorelai Linkalater, la quale mi sembra dover essere la figlia del regista) frequentando di tanto in tanto il padre Mason Senior (Ethan Hawke), un bambinone che fa il musicista e che guida una muscle car, insomma un gran figo come direbbe la popolazione femminile. La madre, da par suo, ha un pessimo gusto in fatto di uomini mentre la figlia Sam sembra la più sveglia del gruppo anche se parte svantaggiata a causa di un’antipatia di tipo herminioniano (passatemi il termine: nel senso che la ragazzina è simpatica quanto la saccente maghetta della saga di Harry Potter,) e in questo Mason sembra il più riflessivo del gruppo con i suoi momenti di profonda e spesso silenziosa riflessione.

Boyhood è un film educato, delicato e dichiaratamente piacevole sin dalle prime scene. Contiene tantissime scene lente e senza alcuna importanza apparente che rappresentano quei momenti senza significato che tante volte noi abbiamo affrontato durante la nostra adolescenza. Sfido chiunque di voi a dire che tutti i giorni della sua adolescenza sono stati eccitantissimi: e chi cacchio siete Goku???

Ecco perché il film è perfetto. Perché non ha bisogno di forzare la sceneggiatura per essere credibile e trasmettere il messaggio, non c’è bisogno che qualcosa accada per forza alla fine di una scena per rendere quest’ultima coerente con il resto della trama. Nei momenti in cui, in altri film, ti aspetti che avvenga un qualcosa (che puntualmente arriva) di destabilizzante e improvviso a scombinare la calma del film, in Boyhood non c’è perché non c’è n’è alcun bisogno. Perché l’adolescenza è così: bastante a se stessa in tutti i sensi.

 

Altro punto a favore è che la crescita rimane sempre la protagonista della storia la quale non cede mai alla tentazione di virare su tematiche più paracule come la famiglia allargata, il rapporto tra i genitori divorziati e i figli oppure l’arrivo dei nuovi partner del padre o della madre: bisogna dare atto a Linklater di essere riuscito a legare le scene rispettando questa coerenza e senza piegare il film alle logiche del mercato. Sto pensando a tutta la miriade di schifezze, gran parte delle quali italiane, che hanno la presunzione di spiegare l’adolescenza quasi sempre infarcendola di temi accattivanti per vendere meglio il prodotto. Tanto vale allora fare un film sull’adolescenza di Clark Kent. Ah, già, ci hanno fatto una serie tv….

Comunque, in definitiva, Boyhood è un gran film che merita la doppia e forse anche la tripla visione non fosse per la sua durata (ben oltre le due ore) e si guadagna a buon diritto la possibilità di concorrere per l’Oscar. Devo confessare che dopo averlo visto la mia convinzione di vedere la statuetta dorata assegnata a Wes Anderson ha un tantino vacillato ma poiché la coerenza è una dei capisaldi di Boyhood  dico che ancora Io Sto Con Wes. Devo anche dare atto all’amico Cannibal Kid di Pensieri Cannibali di avermi avvertito di questo possibile sconvolgimento.

Chiudo sottolineando tre cose che mi hanno incuriosito in Boyhood:

1) anche negli USA i ragazzini guardano Dragonball

2) i dodicenni americani leggono La Colazione dei Campioni e Il Buio Oltre La Siepe ovvero Kurt Vonnegut e Harper Lee. I dodicenni italiani che conosco io leggono i libri della serie Goal o al massimo il libro delle barzellette di Totti. Groan!Sigh!Sob!

3) negli USA è normale che la nonna regali una copia della Bibbia mentre il nonno un fucile…bah sti americani…

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