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The Imitation Game: la post-recensione

Bisogna essere intellettualmente onesti quando si vede un film del genere senza che si è mai sentito parlare di questo personaggio storico o di quell’avvenimento e avere il buonsenso di confessare la propria ignoranza. Quindi confesso di non aver mai sentito parlare di questo matematico inglese che risponde al nome di Alan Turing nè della sua macchina crittografica che scopro essere l’antenata vera e propria del computer.

Dall’archivio segreto dell’MI6 britannico sono venuti fuori i fascicoli che raccontano la storia di questo uomo geniale e maledetto che ha plasmato il mondo così come lo conosciamo e non sto parlando solo della sua macchina ma di tutto il suo lavoro che pochissimi, credo, conoscono o conoscevano prima di aver visto The Imitation Game.

Un consiglio: se non avete ancora visto il film e ve lo volete godere spoiler free allora non cercate nulla su Alan Turing sennò vi rovinate la visione.

Sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose quelle che fanno cose che nessuno può immaginare

The Imitation Game, titolo che prende spunto da una pubblicazione del professore e matematico inglese di cui si parla, racconta, in maniera romanzata, la storia di Alan Turing, una mente brillante al servizio di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra durante la seconda Guerra Mondiale. Turing era già noto nel mondo specializzato per il suo lavoro e le sue teorie nel campo dell’intelligenza artificiale, diremmo oggi, ma all’epoca si trattava di immaginare e creare un apparato elettrico che potesse risolvere problemi come il cervello umano e, almeno nei sogni di Turing, riapplicare lo schema risolutivo a tutta una serie di problemi.

Il film è interamente costruito sulla figura di Turing con la guerra che fa da sfondo preponderante e che funge da metronomo nella prima parte che non è proprio il massimo dal punto di vista emotivo. Manca l’empatia con Turing che, complice anche una recitazione straordinaria di Benedict Cumberbatch, risulta decisamente antipatico nella sua genialità. I tratti del grande genio ci sono tutti, Cumberbatch interpreta un personaggio schivo, presuntuoso, arrogante e al tempo stesso cerebrale, indefesso lavoratore e assolutamente privo dello humor squisitamente britannico che aveva Sherlock nell’omonima serie. (Se non l’avete vista leggetevi la recensione tra qualche settimana qui su PostScriptumBlog).

Ad appiattire la prima parte del film ci pensa anche la sceneggiatura che non prevede spiegazioni tecniche o scientifiche mediante le quali spiegare come diavolo voglia fare Turing a compiere la sua missione. D’un tratto spunta la macchina e non capiremo mai come funziona. Forse però il progetto è ancora sottoposto a segreto militare da parte dell’esercito inglese per cui non è possibile fornire i dettagli. Fatto sta che però l’assenza dello spiegone scientifico se da un lato lascia un po a bocca asciutta i fissati (come il sottoscritto) con la tecnologia, dall’altro evita di distogliere l’attenzione dal vero protagonista della scena che è Turing. E, cosa da non sottovalutare, ci prepara al meglio alla seconda parte del film.

 

La seconda parte di The Imitation Game è di gran lunga la più bella ed è quella che rende questo film, al netto dei buchi di sceneggiatura e di qualche attore sottotono, decisamente grandioso.

Anche se alcuni passaggi li ho intuiti con qualche minuto di preavviso (basta tenere accesi al massimo 3 o 4 neuroni) ciò non toglie che sia rimasto con il magone aspettandomi quello che avevo immaginato e le sue conseguenze. Non voglio spoilerare più di tanto ma alla fine mi è toccato di commuovermi per un film di guerra. Io, che odio i film d’amore proprio perchè fanno leva sulla lacrima facile. Gran parte della bellezza della seconda parte è diretta conseguenza dell’evoluzione di Cumberbatch che riesce a cambiare registro di recitazione più volte riuscendo a trasmettere a 360° quello che era Alan Turing: se nella prima parte lo avevamo quasi odiato, adesso non potremo fare a meno di metterci nei suoi panni.

The Imitation Game non è il classico film in cui un gruppo di persone deve scoprire il modo di sconfiggere il nemico ma è invece la storia di come la responsabilità di una scoperta scientifica possa essere difficile da maneggiare anche per chi l’ha inseguita per tutta una vita; è la storia di un genio umano, arrivabile, fallibile e non mitizzato dall’isteria di massa ma anzi, ostracizzato per i suoi modi di fare e deriso per la sua personalità.

http://www.basingstokegazette.co.uk/resources/images/3381656.jpg?type=article-full

 

Peccato veramente per quella prima parte deboluccia e per un Max Strong decisamente sottotono e lontano dalle sua interpretazioni migliori (Guardatevi il Lord Blackwood de Sherlock Holmes di Guy Ritchie per farvi un’idea) e pollice verso anche per Keira Knightley che personalmente trovo insipida, scostante e parecchio bruttina nelle ultime apparizioni. Correggendo queste cose e qualche buchetto di scenggiatura, un paio di passaggi troppo poco chiari e alcuni personaggi che scompaiono all’improvviso senza lasciare traccia, The Imitation Game forse sarebbe stato il capolavoro che tanti dicono che sia: secondo me è un grande film che oscura i difettucci che ha con i lati positivi ma a cui manca ancora un qualcosa per meritarsi l’appellativo di “capolavoro”.

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