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Maggio ’43 di Davide Enia

Gioacchino ha dodici anni. Gioacchino vive a Palermo. Gioacchino ha solo dodici anni e per poco non ci muore a Palermo. Perchè Palermo nel maggio del 1943 ha subito un bombardamento terribile che ha cancellato per sempre la fisionomia della città sostituendola con quella che ha oggi, più o meno.

Il ricordo delle macerie, della polvere soffocante e del sangue ha cancellato anche il rapporto tra Palermo e il Mare: l’amico che è stato sempre presente, in quel giorno di maggio si è trasformato in un triste e spietato messaggero di morte e distruzione.

C’era una volta ‘u Re Befè Biscùotto e Miné
ca aveva ‘na fìgghia Bifìgghia Biscùotto e Minìgghia
ca aveva n’acéddru Befèddu Biscùotto e Minèddu

L’acéddru Befèddu Biscùotto e Minèddu
d’a fìgghia Bifìgghia Biscùotto e Minìgghia
d’u Re Befè Biscùotto e Miné
spirìu…

Ora, chi non fosse tanto ferrato per quanto riguarda la cultura sicula deve sapere che gran parte degli insegnamenti, almeno un tempo, si traevano dai cunti, delle vere e proprie poesie in rima e non che mescolavano gioco e insegnamento, folklore e cultura, la cui origine si perde nelle giravolte della storia dell’Isola. Io ho avuto la fortuna di avere dei nonni che me ne hanno insegnato qualcuno che purtroppo non ricordo benissimo: ricordo che c’era un tizio che cent’anni prima che nascesse suo padre lavorava con le api; la storia si chiamava cuntu re minzogni e devo averlo conservato da qualche parte.

Maggio ’43 è l’adattamento cartaceo di un monologo teatrale di Davide Enia: la parola che diventa inchiostro di solito perde una percentuale del suo fascino e anche in questo caso, avendo visto il monologo a teatro, devo dire che mi è mancato quel clima casalingo e accogliente creato dai termini dialettali. Una cosa, infatti, è sentirlo parlare, il siciliano, un’altra è leggerlo. Quello che però la parola e l’inchiostro non perdono è la potenza evocativa con cui ci colpiscono tanto nelle scene divertenti quanto in quelle drammatiche. La mescolanza di tema drammatico e tema comico è forma da plasmare nelle mani di Enia.

La storia si apre con Gioacchino, un dodicenne di Palermo, costretto a sfollare dalla città per il pericolo dei bombardamenti improvvisi degli americani. Il ragazzo e la numerosa famiglia composta dal pater familia Zio Cesare e discendenze varie si cacceranno in un’avventura che rappresenta nel vero senso culturale ed etimologico la parola “sicilianità” proponendosi come modelli di veri siciliani: vale a dire esseri dalla pellaccia veramente dura che nonostante vengano bersagliati dalle bombe, nonostante abbiamo lo stomaco e le tasche vuote, nonostante siano costretti a vivere come animali non perdono lo spirito comico che è innato nel loro essere. Questo, a mio avviso, vuol dire essere siciliani: un modo d’essere per affrontare la vita.

Tra partite di carte truccate, rastrellamenti fascisti, cene e pranzi a base di limone e la paura atavica di deludere Zio Cesare ed essere abboffato di botte o scannato, Gioacchino dovrà fare i conti con un’età in cui non si è più bambini ma nemmeno si è adulti. E’ un limbo quello dei dodici anni nel quale tutti prima o poi abbiamo soggiornato e dal quale tutti siamo usciti cambiati ognuno a modo nostro.

E’ ironico e curioso il fatto che in questo ultimo trovo più profondità intellettuale in Gioacchino o in Mason (il protagonista di Boyhood) e nei loro 12 che nei miei 31 e in quelli dei miei amici. Sarà…

 

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