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Selma: la strada per…il cinema

Se alla violenza bastano poche idee, la resistenza non violenta richiede immaginazione, e anche per questo sono così pochi coloro che sono disposti ad abbracciarla. [Mark Kurlansky, 1968]

Selma, Alabama, anno 1965. Nel ventre molle del sud degli Stati Uniti hanno inizio quesi movimenti sociali e culturali che porteranno alla primavera del 1968 e in cui troveranno pieno compimento e rilevanza internazionale i sentimenti di rispetto razziale, uguaglianza e difesa dei diritti civili (roba alla quale la comunità umana lavorava dal lontano 1789, pensate un po!).

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Selma, il film diretto da Ava DuVernay, racconta i fatti che hanno portato alla modifica del sistema elettorale americano in favore degli afroamericani.

Quelle che sono passate alla storia come le tre marce di Selma (all’interno delle quali vi è stata la tristemente nota Bloody Sunday) hanno rappresentato uno dei momenti più caldi del movimento non violento dei neri americani che chiedevano il rispetto del diritto di voto al governatore dell’Alabama Wallace. Spalleggiato dal movimento studentesco SNCC (Student NonViolent Coordinating Comittee) e dalla SCLC (Southern Christian Leadership Conference) Martin Luther King Jr., fresco vincitore del premio Nobel per la pace, si mette a capo dell’iniziativa pacifica.

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A interpretare il leader delle rivolte non violente è stato chiamato David Oyelowo che a mio avviso ha dato luogo ad una prova di recitazione eccezionale: le espressioni fisiche e facciali sono perfettamente in linea con il livello di emozioni che la scena voleva trasmettere. Traspare tutto il carisma di King come predicatore ma anche e soprattutto la dolcezza di padre e marito, la difficoltà di dover trascurare la famiglia per seguire un ideale più alto.

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Proprio in questo Selma è vincente. King è sicuro e potente sul palco dei congressi ma poi si scioglie davanti al grande sacrificio che deve affrontare, dinnanzi alla vera sfida: sacrificare gli anni migliori dei suoi figli e del suo matrimonio per guidare la sua gente verso la libertà. La difficoltà maggiore di King, infatti, non è il braccio di ferro con il presidente degli Stati Uniti o la lotta non violenta contro il governatore dell’Alabama e il manesco sceriffo ma piuttosto resistere alla tentazione di lasciarsi tutto alle spalle per godersi la gioia delle persone che ama. Questo, a dimostrazione della grandezza del personaggio che vince il premio Nobel ma invece di adagiarsi sugli allori si butta di nuovo in strada per continuare la sua missione.

Altro punto che è costruito parecchio bene nel film è l’intreccio politico. La politica , si sa, vive di accordi e sotterfugi, spesso si deve ricorrere a mezzi non convenzionali nella più macchivellica della ricerca di successo finale: il fottutissimo fine che giustica gli schifosi mezzi. E allora che succede quando una volontà incrollabile e fedele nella sua coerenza non si piega? Si cerca di piegarlo con la forza finchè non cede. Ma la violenza è sopravvalutata e fin troppo spesso ingiustamente temuta. King e i suoi non si arrendono nonostante le mazzate, i momenti di mollezza politica del presidente Johnson e i continui tentativi di strumentalizzazione.

Altro attore cui devo fare un plauso è Tim Roth. La sua interpretazione del governatore George Wallace è perfetta: egli è l’antitesi di King, l’esatto opposto in termini di tolleranza e ad un certo punto verrà fuori che individuo di merda sia stato, roba che se fosse vera anche solo per il 10% io mi vergognerei anche di averci una lontana parentela con questo tizio.

Parecchio bello anche il brano che chiude i titoli di coda del film, Glory, scritto dal rapper Common (buona prova recitativa anche per lui) e John Legend.

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Selma non è un biopic o almeno non lo è nell’accezione comune che diamo a questo termine. Non racconta la storia di Martin Luther King Jr. ma piuttosto vuole raccontare un evento che ha scatenato una serie di miglioramenti nella società contemporanea prima, purtroppo, di ridiventare utopie come oggi sono.

Alcune curiosità:

– Nel cast trovano posto Giovanni Ribisi e Alessandro Nivola, due attori fin troppo sottovalutati che io invece trovo sempre ben centrati con i personaggi che interpretano.

– Nello staff di Martin Luther King Jr. figurava l’attivista bianca Viola Liuzzo. Per chi non lo sapesse Liuzzo è un cognome tipico delle zone sicule in cui sono cresciuto per cui mi fa piacere che un pò di Sicilia sia accostata alla splendida figura di King.

– David Oyelowo, il volto di King nel film, aveva recitato una particina anche in Interstellar, film che come sappiamo è stato snobbato dall’Accademy.

– L’attore Tom Wilkinson, che qui interpreta il presidente Johnson, aveva già avuto a che fare con un’altra personalità patriottica americana ma stavolta fittizia: ne Il Patriota infatti egli interpreta il generale Cornwallis mandato nelle colonie per acciuffare l’imprendibile ribelle patriota Benjamin Martin (Mel Gibson)

– Tra i produttori figurano Oprah Winfrey (presente nel film) e Brad Pitt

Insomma, devo dire che io darei un Oscar a tutti i film in concorso domenica notte poichè ciascuno nel suo piccolo grande universo ha proposto qualcosa di eccezionale.

Ancora non mi spiego però come si faccia a mettere nella stessa lista personalità come Stephen Hawking, Alan Turing e Martin Luther King Jr. insieme a Chris Kyle…

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