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Vizio di Forma: il Dude Lebowski degli anni 70

Una cosa non mi stancherò mai di ripetere: quanto fa schifo la traduzione italiana dei titoli dei film. Perché? Per quale motivo si deve stuprare il lavoro di chi ha coniato un certo titolo per la sua opera snaturandone completamente il messaggio che vuole dare allo spettatore? E non mi si venga a dire che è per adattarlo ai “palati fini” dei potenziali spettatori italiani perchè molta di questa gente è andata a vedere 50 Sfumature di grigio senza neanche sapere quanto anche quel titolo fosse stato menomato dalla traduzione.

E allora Inherent Vice diventa Vizio di Forma. E “vizio di forma” e un termine giuridico che sta a significare che si è commesso un errore tecnico nella creazione di un atto formale. E con il film questa cosa non c’entra  un beneamato gulliver (citazione da Arancia Meccanica). Inherent Vice invece si può tradurre con vizio intrinseco ovvero con la capacità di un sistema di reggere l’instabilità centrifuga delle sue componenti interne. Notate qualcosa di diverso tra le due interpretazioni del titolo?

Comunque, Vizio di Forma o, se volete, Inherent Vice, è l’adattamento per il grande schermo dell’omonimo romanzo di Thomas Pynchon in cui lo scrittore americano dipinge il canto del cigno della generazione dei seventies caratterizzandola attraverso le abitudini e le azioni di alcuni personaggi al limite della sanità mentale.

Protagonista della storia è un investigatore privato sui generis che si dedica più all’erba e all’alcool che alle indagini: Doc Sportello. Tutto inizia quando Doc viene avvicinato dalla sua ex fiamma Shasta (piccola parentesi: fateci il callo coi nomi strani perchè sarà così fino alla fine) che gli chiede di indagare su un presunto caso di internamento coatto del suo nuovo compagno, l’imprenditore immobiliare e riccone schifoso Michael Wolfmann. Costui sta per essere ridotto all’inazione dalla moglie e dal di lei amante che vogliono mettere le mani sull’eredità. Contemporaneamente Doc accetta di ritrovare un uomo scomparso da tempo e, come si può facilmente intendere, i due casi si intrecceranno.

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Ma Doc ha anche un passato piuttosto turbolento a causa del quale viene braccato da Christian “Bigfoot” Bjornsen, uno sbirro nevrotico e ossessionato dal nostro eroe. L’indagine ad un certo punto coinvolgerà organizzazioni criminali internazionali, gruppi politicizzati locali e costringerà Doc a fare i conti con il suo passato insieme a Shasta, donna che evidentemente non ha mai del tutto dimenticato.

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Poichè il soggetto è preso da un romanzo di un autore americano devo ammettere che la trama non è assolutamnte lineare e in alcuni casi si fa fatica a capire gli intrecci della vicenda; aggiungeteci poi che non è Doc che trova gli indizi ma, sono questi ultimi che gli arrivano addosso per puro caso mentre, ad esempio, si sta sollazzando aspirando protossido di azoto o si sta rollando un joint moumentale.

La potenza del film si dimostra nell’intento di Pynchon e nella bravura di Anderson di fare degli anni 70 quelle che Il Grande Lebowski di coeniana memoria ha fatto dei 90: dimostrare quanto un ordine sociale e culturale può resistere nonostante le sue parti costituenti siano ormai prossime al collasso. Da qui il titolo e la spiegazione polemica di cui all’inizio del post.

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Se nel piccolo capolavoro dei Coen (perchè di questo si tratta) era il sistema degli anni 90 e la caduta era rappresentata dalle ossessioni dei nichilisti, dal comportamento di Maude e di Walter e dalla cattiveria del magnate del porno Jackie Treehorn, in questo piccolo gioiellino che è Vizio di Forma (che non assurge al titolo di capolavoro perchè esiste già Dude Lebowski in questo sistema solare) si analizza il crollo degli ideali degli anni 70. E allora via di droghe a go go, gonne così corte da vedere il ricamo delle mutandine, organi genitali femminili non depilati, acconciature che sfidano la forza di gravità, poliziotti sull’orlo di una crisi di nervi, bande criminali travestite da club di motociclisti e chi più ne ha più ne metta.

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Parlando seriamente: i seventies si chiusero con la convinzione dimostrata che l’abuso di droghe fosse una piaga sociale da non sottovalutare e, nel caso degli Stati Uniti, dobbiamo considerare che il risveglio dal sogno lisergico iniziato in quel favoloso anno che fu il 1968 fu reso orribile dagli omicidi della setta di Charles Manson, dopo che l’inizio della decade si era portato via gli dei della rivoluzione giovanile (R.I.P. Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Brian Jones, Duane Allman…) per cui all’alba degli 80 ci si ritrova senza guida e consci che le sostanze che avevano portato gioia e spensieratezza erano in realtà veleni che ti scavavano la fossa.

Vizio di Forma si colloca cronologicamente proprio alla fine degli anni 70, a Gordita beach, un quartiere di los Angeles composto da un ammasso di casupole che in quegli anni ospitava gli amanti del surf e gli ultimi e terminali dediti all’assunzione di stupefacenti. Doc è la personificazione dell’eroe decadente di quel periodo: ideologicamente legato alle abitudini del passato ma malinconico nell’accettare un futuro che è molto più brutto di quello che ci si aspettava.

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Vizio di Forma mi ha decisamente convinto per quanto riguarda l’interpretazione eccezionale di un Joaquin Phoenix che gioca con la serietà e lo humor nero e che mi ricorda tantissimo quel mostro che è stato Jeff Bridges alias Dude Lebowski. Phoenix è stato a mio avviso a suo agio nei panni di Doc dimostrando di essere un attore in grado di caratterizzare un personaggio così complesso meglio di altri goffi tentativi come ad esempio Johnny Depp in Blow (meglio Johnny Depp in Secret Window).

Altro punto a favore del film è la fotografia. Colori tenui, filtri che smorzano la brillantezza dei colori, il mare che sembra quasi perdere il colore scena dopo scena: tutto rimanda a quella decadenza che vuole essere la chiave di volta della trama.

E infine il trucco e i costumi. Le ragazze non sono truccate in modo eccessivo, come la moda dei seventies imponeva, e si vedono le imperfezioni della pelle, il vero colore della carnagione a tal punto che non si è mai visto quell’effetto terribile per cui il volto appare di un colore e le gambe di un altro quando sono nella stessa inquadratura.

E chiudo volendo sottolineare che per fare una scena sensualemente potente non c’è bisogno di manette, frustini e battute da liceali segaioli e repressi: basta la vera e cruda realtà del corpo che esprime la sua bellezza. Ad un certo punto del film c’è una scena hot tra Doc e Shasta. Ora, Phoenix non è bellissimo secondo i canoni moderni e per quanto riguarda il mio parere da maschietto neanche Katherine Waterston è strabiliante in quanto ad estetica ma quella scena, cavolo, quella scena ha una carica erotica che neanche la filmografia di Tinto Brass. Siamo sui livelli di Proposta Indecente e Ultimo Tango A Parigi…if you know what I mean…..

Beh, andatelo a vedere questo Vizio di Forma perchè merita.

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