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Whiplash: gli schiaffi del jazz

Il jazz è sempre stato un genere musicale difficile da raccontare: gli assoli lunghissimi, la tendenza a diventare prodotto di nicchia, l’atteggiamento deliberatamente snob di alcuni appassionati nei confronti di questo tipo di suoni lo ha relegato a materia per pochissimi eletti.

Il jazz è un genere che premia l’eleganza e la bravura, il saper trattare lo strumento come un prolungamento del corpo del musicista; è un ambiente in cui non può essere ammessa la mediocrità e dove la grandezza si guadagna con l’abnegazione e l’impegno costante. Questo finisce inevitabilmente per creare un gap con l’ascoltatore occasionale che spesso rimane spaventato da tanta precisione e in molti casi non la capisce.

In Whiplash invece l’ottimo Damien Chazelle toglie lo smoking al jazz e gli fa vestire i panni del punk e del pop. C’è il sudore, ci sono le lacrime e c’è il sangue e nessuna di queste cose è una metafora, queste cose ci sono davvero e rappresentano il prezzo da pagare al successo e alla realizzazione personale. Il jazz perde la sua consistenza onirica e diventa di carne ed ossa; diventa materia di studio le cui basi sono comprensibili a tutti, non solo all’appassionato del genere.

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Gli esami non finiscono mai diceva Eduardo De Filippo, un maestro del teatro italiano, ma neanche le cattiverie, mi permetto di aggiungere io, quindi chi vuole farcela deve non solo coltivare il suo talento ma anche forgiare il suo carattere e queste non sono stronzate messe qui per dare corpo al post e nemmeno facili tematiche per scrivere battute sagaci per un film. In Whiplash c’è un insegnamento potente e profondo diretto a tutti noi che si può riassumere brevemente in: Vuoi farcela? Allora impegnati ogni giorno sempre di più.

La stessa cosa, con le dovute proporzioni, dice Samvise Gamgee a Frodo quando quest’ultimo vuole mollare sulla strada per Monte Fato: i protagonisti delle avventure raccontate da tutti sono quelli che non hanno mollato per quanto difficile fosse il percorso.

E allora ecco come si inquadra la presenza di uno dei coach musicali più sprezzanti e scurrili del panorama cinematografico: Terence Fletcher (J.K. Simmons).

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Crudele, meschino, fissato con il ritmo e incapace di generare simpatia nel prossimo, questo professore sarà il punto di riferimento e insieme il torturatore di Andrew (Miles Teller); questi non è particolarmente bello e neanche particolarmente bravo ma ha la tempra per riuscire a sfondare, a diventare uno dei grandi.

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Purtroppo per lui Fletcher non si ammorbidirà mai, neanche per un secondo e lo costringerà ad andare parecchio oltre il suoi limiti.

Il che, alla fine, offre uno spunto per fare un certo tipo di ragionamento: va bene il talento gentilmente offerto da madre natura, ma se ci si impegna fino all’ultima goccia di sudore e di sangue, fino a che l’ultimo soffio d’aria non è uscito dai polmoni si diventa davvero grandi poichè si superano quei limiti che non si sapeva nemmeno di possedere.

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Ad interpretare Terence Fletcher troviamo J.K. Simmons, già visto e apprezzato in Juno, Burn After Reading e Il Grinta e fresco vincitore dell’Oscar come miglior attore non protagonista proprio con Whiplash; l’interpretazione di Simmons sovrasta quella dei suoi colleghi sul set e ricorda molto da vicino il terribile sergente maggiore Hartman di Full Metal Jacket, anzi c’è una parte di film che potrebbe somigliare molto al capolavoro di Kubrick ma niente paura, Whiplash brilla di luce propria.

E allora teniamo bene a mente le parole di William Ernest Henley

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Buia come un pozzo che va da un polo all’altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per l’indomabile anima mia.

Nella feroce stretta delle circostanze
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo d’ira e di lacrime
Si profila il solo Orrore delle ombre,
E ancora la minaccia degli anni
Mi trova e mi troverà senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

e impegniamoci a fondo in tutto quello che facciamo. D’altra parte, se tutti avessimo un Fletcher alle spalle credo che il mondo sarebbe popolato da autentici genii…o da potenziali suicidi, non saprei…

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