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La Mummia e l’amore (malato) per i sequel

Il Signore degli Anelli, Matrix, Star Wars, Hunger Games, Harry Potter e potrei continuare ancora per molto ad elencare titoli di film che sono diventati brand di successo e che, nonostante proponessero diversi sequel, hanno riempito gli occhi e le menti degli spettatori, le sale e per ultimo le tasche dei produttori.

Ecco: la ricetta giusta è proprio quella appena suggerita. Prima lo spettatore, poi il produttore, perchè se invertiamo i termini dell’equazione essa diventa di difficile soluzione. In poche parole: se si pensa di fare cinema solo per riempirsi le tasche si finisce per proporre allo spettatore qualsiasi schifezza; basta che quello paghi per entrare al cinema, poi gli propiniamo la qualsiasi.

Eh, no! Non è giusto. Anche se il sistema ce la sta mettendo tutta ad azzerare lo spirito critico dello spettatore non possiamo sottometterci a questo modo di fare cinema.

Un caso eclatante in questo senso è rappresentato dal film La Mummia e da i suoi sequel.

La Mummia è un film del 1999 diretto da Stephen Sommers che ricorda solo nel titolo e nel tema lo splendido romanzo omonimo di Anne Rice, per il resto è un prodotto originale o quasi.

Il plot centrale si erge sulla mitologia egiziana delle maledizioni che perdurano nel tempo, sacerdoti mummificati che tornano in vita e un po di sana azione condita dalle giuste dosi di ironia.

Nell’antico Egitto, sotto il regno dell’imperatore Seti I si consuma un delitto ad opera del sacerdote Imhotep e della sua amante Anck-su-Namun. Scoperti, i due vengono puniti a morte e in un ultimo eccesso di cattiveria Imhotep maledice i suoi aguzzini e promette che ritornerà per vendicarsi. Facendo un balzo temporale si conoscono i veri protagonisti della storia che sono l’archeologa Evelyn Carnahan (Rachel Weisz) e l’ex soldato di ventura Richard O’Connell (Brendan Fraser) impegnati nella ricerca della leggendaria Hamunaptra, una mitologica città colma di ogni tipo di tesori. Da qui, com’è logico, parte tutto il guaio: Imhotep viene risvegliato per sbaglio e comincerà la sua vendetta.

Il film nel complesso è carino e ben fatto, diverte senza annoiare più o meno mai e ci sono pochissime forzature perchè la storia da raccontare è ben supportata dai mezzi utilizzati per raccontarla. I personaggi sono caratterizzati bene, per quanto possa essere caratterizzato bene un personaggio in un film action: due in particolare mi sono piaciuti molto e cioè Jonathan, fratello di Evelyn e interpretato da John Hannah (il cattivissimo Batiato della serie Spartacus), e Ardeth Bey, il beduino che protegge il sito dove si trova la tomba di Imhotep.

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Il problema nasce nel momento in cui arrivano La Mummia: il ritorno, La Mummia: la tomba dell’imperatore dragone e lo spin off Il re scorpione.

Ora: è chiaro che La Mummia: il ritorno è stato fatto per cavalcare il successo de La Mummia. Nella logica di mercato, essendo andato piuttosto bene il primo film ecco che ci appiccicano subito il sequel. Peccato che tutto il film sia una forzatura. Stessi protagonisti e più o meno stessa storia, solo che stavolta i cattivi sono due, Imhotep (redivivo) e il Re Scorpione (ricordatevelo perchè ci servirà in seguito). Questo film, a differenza del primo, è una merda. Per costruirlo stavolta Sommers ci ha buttato dentro un po di tutto nel tentativo (fallito) di proporre qualcosa di buono.

Per capirci: a un certo punto due guerriere si affrontano armate di sai. Avete presente cos’è il sai? Il sai è l’arma che usa Raffaello delle Tartarughe Ninja, è un’arma tradizionale giapponese, chi ce la porta nell’Antico Egitto?

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Poi appare una mongolfiera a propulsione: un elemento steampunk in un action ambientato tra l’Antico Egitto e il 1920? Mamma mia che merda. E come se non bastasse la computer grafica è pietosa. Capisco che alla fine del primo decennio del 2000 si facea pure il caffè in computer grafica ma così è troppo, visivamente, schifoso.

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Capite adesso?

 

Poi c’è stato – ben otto anni dopo – La Mummia: la tomba dell’imperatore dragone.

In questo caso ci spostiamo in Cina e andiamo a stuprare letteralmente il mito storico dell’imperatore Qin Huang che 200 anni prima della nascita di Cristo unificò tutti gli stati in cui a quel tempo era divisa la Cina creando un mastodontico impero. Ebbene, perchè non prendiamo questa storia e la adattatiamo inserendo mummie qua e la? Ecco fatto.

Cambia il regista, qui è Rob Cohen, e cambia l’attrice protagonista poichè la Weisz si rifiuta di prendere parte a una porcata del genere.

Per il resto tanto La Mummia: il ritorno quanto La Mummia: la tomba dell’imperatore dragone sono esattamente costruiti come il primo film. Le scene sono più o meno simili, cambia giusto qualcosina, solo che sono fatte molto peggio e, a mio avviso, il divertimento che suscita il primo film questi due non lo sfiorano nemmeno. Gli sbadigli non si contano.

Ma la vera chicca pecoreccia è Il Re Scorpione. Vi avevo detto di tenerlo a mente o no?

Siccome non c’è limite al peggio il personaggio del Re Scorpione (interpretato da The Rock) da vita a uno spin off composto addirittura da quattro film distribuiti tra il 2002 e il 2015: tra questi solo il primo raggiunge il grande schermo poichè per pudore o per rispetto di noi spettatori gli altri 3 sono stati distribuiti in direct to video.

In questo spin off ci concentriamo su un arcadico sulla sua storia prima che diventasse il Re Scorpione, cioè il mostro composta da un terzo di uomo, un terzo da scoprione e un terzo da computer grafica di merda, che appare in La Mummia: il ritorno.

In questo caso si vuole dare una chiave action e ironica come di consueto ma si fallisce in entrambi i campi. Le battute non fanno ridere mai e i siparietti pseudo comici sembrano (e forse sono) messi li giusto per guadagnare qualche minuto di pellicola in un film in cui la trama è proprio cretina. Non semplice , non essenziale, ma proprio cretina. Insulsa.

A peggiorare la situazione ci si mette la gestione della scene action: infantile. Si può mai vedere una scimitarra di quasi due metri che colpisce un nemico senza che schizzi una sola goccia di sangue? Non voglio certo vedere le budella che ciondolano come nella serie Spartacus (la versione non censurata) ma nemmeno la spada palesemente finta però.

La storia poi vive di quella malattia tipica delle storie fatte male: la mancanza di coerenza. Dunque, se c’è un’indovina che precide il futuro come stracacchio può essere che il finale sia diverso da quello che predice l’indovina? Cosa cavolo indovini, razza di imbecille?

E poi qualcuno dica a The Rock che recitare non è che gli riesca proprio bene. Certo, più che recitare, in questo film deve menare le mani però Schwarzegger era più credibile in questo tipo di ruoli. Va comunque data lode a Dwayne Johnson (vero nome di The Rock) di aver mollato il progetto dopo il primo film.

E siccome non c’è alcun limite al peggio, ci buttiamo anche un accozzaglia di cosa prese qua e la da altre storie: ci mettiamo un inventore, le amazzoni, i ribelli, un guerriero che ferma le frecce a mani nude, assassini prezzolati, i due liocorni, Kaiser Sose, un tornado pieno di squali e, perchè no, un vulcano che erutta a comando. Forse ho esagerato un po ma il succo è quello.

Per chiudere: se hai una storia che merita una serie di film allora va bene farne tanti quanti ne servono ma se hai una storia da due centesimi e la devi stiracchiare per spillare quanti più soldi possibile evita, perchè prima o poi la gente si sveglierà e capira quando viene presa per i fondelli. Si spera, almeno.

 

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