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Wild: 4286 Km e sentirli tutti

Premetto subito che Wild è  adattato da un romanzo (che poi sarebbero le memorie della protagonista) e che alla sceneggiatura ha collaborato nientemeno che Nick Hornby. Mettiamoci pure che Wild ha la giusta dose di avventura, survival, girl power, emozioni e sentimenti e una sana dose di guai e sofferenze esistenziali assortite.

Detto questo, siccome non sono Mary Poppins e ho pure finito lo zucchero (di canna) non posso indorarvi la pillola più di tanto quindi la recensione la dovete mandare giù così com’è. Pur indigesta che vi sembri.

Dunque, il regista di Dallas Buyers Club, Jean-Marc Valleè, è tornato dietro la cinepresa per dirigere Wild, l’adattamento per il grande schermo delle memorie di Cheryl Strayed, una scrittrice e biografa americana che è diventata famosa (negli USA) per la sua storia personale fatta di perdizione e (sigh, sob, argh e altri sospiri vari) recupero. Non ho letto il libro, e se è per questo il film non mi ha fatto venire voglia di leggerlo, ma la storia raccontata nel film in soldoni è fedele alla realtà. Ed è pure interessante.

Conosciamo Cheryl mentre sta per accingersi ad affrontare il Pacific Crest Trail (leggetelo con la solennità con cui lo leggerebbe il ragioner Ugo Fantozzi questo nome): una sfida contro se stessi e la natura da fare a piedi lungo un percorso di 4286 Km che va dal Messico al Canada. E voi questi chilometri li sentirete tutti sulla schiena. Uno per uno. Nessuno escluso.

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Man mano che la ragazza si inerpica per le pendici delle montagne o attraversa deserti, verranno fuori delle scene del suo passato dalle quali capiremo che in fondo non è stata così fortunata. Padre manesco, mamma morta prematurmente, fratello imbecille, droghe, sesso occasionale con chi capita e corna al marito da cui – udite, udite – divorzia. Gli ingredienti ci sono tutti per un bella storia su come si soccombe al dolore e poi se ne esce fuori più forti di prima: un tema molto caro agli amici americani che eleggono come eroi gente che uccide centinaia di soldati nemici, figurarsi una bella ragazza che dopo aver perso la madre la da in giro come se non ci fosse un domani per poi redimersi fino quasi alla santità!!

Fatto sta che la sfida di Cheryl è sia contro la natura aspra che contro i suoi demoni e questo è l’aspetto più preponderante e convincente di Wild. Così come è decisamente curato il percorso di crescita che ha questo personaggio dall’inizio, in cui è una bimbetta imbranata, alla fine quando diventa una trekker esperta.

Però il grosso guaio in cui cade il film è di diventare fin troppo pieno di riferimenti che avrebbero dovuto dare corpo alla storia ma che si percepiscono come un tentativo di infiocchettare un qualcosa di decisamente meno splendente. Per capirci: la storia sarebbe andata bene anche senza infilarci pezzi di poesia o titoli di romanzi famosi in America. E’ vero che la vera Strayed li ha inseriti (forse) nel suo romanzo ma chissenefrega della lezione di letteratura. E se hanno dato fastidio a me che adoro i riferimenti nei film… Anche in un film simile, Into The Wild, c’erano parecchi riferimenti alla letteratura di formazione ma in quel caso erano funzionali alla scelta di vita del protagonista e non servivano ad arricchire un piatto buono ma semplice.

Le forzature sono state parecchie a alcune anche piuttosto paracule. per la serie: Cheryl si porta dietro tutta una serie di aggeggi che pochi conoscono se non fanno trekking abitualmente? Ebbene, ci sarà modo di vederli tutti all’opera come se fosse uno spot a favore del trekking; Cheryl pensa alla madre? Ebbene appare un bambino che gli canta la canzone che le cantava la madre da piccola; Cheryl ricorda le sue avventure sessuali? Appaiono prima un viscido molestatore poi un figo che grida sesso da tutti i pori anche se la nostra amica non si lava da settimane e sarebbe sexy come lo sarebbe il nostro borsone dopo l’allenamento. Insomma tutto accade ad arte e in modo fin troppo meccanico.

Ad un certo punto si perde completamente il senso del tempo e dello spazio e non si capisce più a che punto del tragitto si trova Cheryl e da quanto viaggia. Addirittura la vedremo alleggerire lo zaino in una scena per avercelo di nuovo super carico due scene dopo senza che nessuno ci abbia detto come sia avvenuto. Senza contare il fatto che gli altri folli che stanno affrontando la sfida, e che incontrano Cheryl, la trattano come se fosse una specie di campionessa anche se è partita solo un paio di settimane prima di loro e quindi l’avrebbero potuta conoscere solo sommariamente.

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Personalmente la mano di Hornby io non l’ho proprio sentita nonostante adori questo scrittore: ci sono una paio di battute per le quali avrei sinceramente mandato a quel paese sceneggiatori e regista; i quali, credo, ad un certo punto si siano allontanati dal tavolo di lavoro lasciandolo incustodito e qualcuno ha pasticciato con sceneggiatura e montaggio.

Non mi ha convinto nemmeno la fotografia. Cavolo, hai tra le mani un viaggio tra deserti, montagne e paesaggi che dovrebbero mozzare il fiato e invece viene sempre inquadrata la protagonista oppure campi stretti su di lei, o ancora strettissimi sulla sua faccia.

Ora, so che sembra che io stia distruggendo a picconate questo film e mi spiace se passa questo messaggio perchè, vi può sembrare strano, Wild mi è piaciuto. Non come Into The Wild ma mi è piaciuto.

Innanzitutto mi è piaciuta Reese Witherspoon (correggetemi se sbaglio: il cognome tradotto in italiano è Con Il Suo Cucchiaio??) e come ha modulato la recitazione durante l’incedere della storia: ha dato un poco alla volta facendo crescere il livello scena dopo scena. Purtroppo lei non ha potuto decidere su un finale che è da puro diabete e fa venire voglia di affrontare il Pacific Crest Rail portandosi dietro gli sceneggiatori e abbandonandoli li senza acqua. Meglio ancora Laura Dern che interpreta Bobby, la madre di Cheryl. Interpretazione perfetta per quella che doveva essere davvero una grande persona.

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Bella, anzi, bellissima la colonna sonora, peccato solo che gli sia stato dedicato veramente poco spazio affinchè questo venisse riempito con Cheryl che pensa, Cheryl che impreca, Cheryl che ripensa, Cheryl che impreca di nuovo e via così.

In ultimo devo dire che quello che mi ha dato più fastidio di come è stato fatto Wild e di quello che rappresenta è questa tecnica della privatizzazione del dolore come se quello che è successo a Cheryl non si fosse mai visto sulla faccia della Terra. D’accordo, ha vissuto una vita complicata e stava per buttarsi via ma il tutto è parecchio infantile, almeno per come la vedo io. Davvero pensiamo che dopo un dolore intenso per la perdita di un caro siamo giustificati a mandare tutto all’aria e fare terra bruciata intorno a noi? Veramente vogliamo sottolineare solo la parte più buona della vicenda senza considerare l’assurdità del comportamento di Cheryl dopo la morte della madre? Ma allora tutti quelli che abbiamo subito dei gravi lutti in famiglia, e non solo non ci siamo ridotti in quello stato pietoso ma abbiamo evitato droghe e comportamenti deviati tirando fuori le palle pardon, il coraggio per andare avanti senza affrontare viaggi e pericoli vari, cosa siamo? Forse eroi? O non abbastanza eroi?

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