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Quello che rimane di  Rapporto di minoranza

Quello di cui parlerò in questo post è il caso più evidente di come un avvincente racconto di fantascienza possa essere trasformato in un filmaccio fanta-action buono solo a far pubblicità al pessimo attore che ne è protagonista.

Parliamo di Rapporto di minoranza di Philip K. Dick che è stato trasposto in Minority Report, film di Steven Spielberg con Tom Cruise.

Partiamo dal racconto, Rapporto di minoranza, apparso in una raccolta per la prima volta nel 1987. La trama è molto semplice: nel futuro la polizia si è evoluta nella Precrimine per azzerare il livello degli omicidi. Il lavoro della Precrimine si basa su tre veggenti che riescono a prevedere un omicidio e a far intervenire gli agenti in tempo prima che qualcuno venga ucciso. La scelta di usare tre veggenti non è casuale poichè con uno non si hanno abbastanza informazioni; due possono essere in disaccordo ma con tre si ha sempre la maggioranza sufficiente per agire. Il problema, che è fulcro della storia, nasce quando dei tre, uno ha una visione diversa dagli altri due e produce così un rapporto di minoranza che nella prassi ordinaria viene distrutto. Esso però rappresenta una criticità del sistema giudiziario della Precrimine e soprattutto diventa un guaio serio per il commissario John Anderton.

Il film Minority Report del 2002 diretto (ahilui) da Steven Spielberg si ispira (ma da lontanissino) al racconto di P.K.Dick. L’ossatura della trama rimane la stessa ma non ha forza a sufficienza per reggere l’impalcatura che lo sceneggiatore gli costruisce sopra. La trama è troppo appesantita da scene riempitive che se da un lato strizzano l’occhio al cinema action, dall’altro finiscono per diventare una vetrina per mettere in luce il protagonsita Tom Cruise la cui interpretazione è molto più che pessima. Gli inseguimenti, le sparatorie, le scazzottate e le acrobazie che nel romanzo sono appena accennate nel film finiscono per essere preponderanti rispetto al succo del discorso. Anche il plot principale viene edulcorato e trasformato nel solito thriller con tradimento da parte del mentore e rinsavimento finale. C’è spazio anche per mettere un’inutile storia familiare strappalacrime, una ricostruzione della parte fantascientifica appena abbozzata e una bella scena di chirurgia estrema che non serve ad altro che a tenere Tom Cruise davanti all’obiettivo della videocamera per qualche altro minuto. 

Non mi spiego come Spielberg, la cui regia è comunque buona, abbia potuto mettere la firma su una schifezza del genere: due ore e passa di spot pubblicitario per Tom Cruise che non si prende nemmeno la briga di impegnarsi più di tanto visto che un’altro attore di livello accanto non glielo hanno nemmeno messo. E non venitemi a parlare di Colin Farrel per cortesia.

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