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Vizio di forma di Thomas Pynchon: la post-recensione

Nel mondo delle assicurazioni marittime il vizio intrinseco è un problema che non puoi evitare e che le compagnie stesse non vorrebbero mai pagare.

C’è una profonda riflessione filosofica che si collega a questa definizione di inherent vice (tradotto in modo pessimo con vizio di forma) che comporta un’analisi sistematica della vita di ognuno di noi come singolo individuo e poi come specie e che ci costringe a considerare tutti i vizi di forma che inevitabilmente dobbiamo affrontare e che finiscono per mettere in moto dei meccanismi non previsti. Così capita che all’improvviso ci si accorga che un periodo particolarmente felice e spensierato sta finendo e che spesso anche se ci sforziamo di tenere alcune persone fuori dalla nostra vita esse ci rientrano con la forza, magari abbattendo la porta a calci.

L’immagine cardine da cui dobbiamo partire e che dovreste visualizzare a questo punto, con o senza l’aiuto di stupefacenti, è quella di un tramonto, quel momento in cui il giorno cede il posto alla notte, in cui le certezze della giornata appena trascorsa, belle o brutte che siano, lasciano il posto all’incertezza, inquietante e in un qualche modo seducente, della notte.

Doc avrebbe giurato di aver visto una luce caderle sul viso, la luce arancione – scrive Pynchon – di appena dopo il tramonto che coglie un viso girato verso ovest a guardare l’oceano in attesa che l’ultima onda del giorno porti qualcuno a riva, al sicuro.

Il tutto prende avvio da una visita inaspettata, quella della bella della storia, Shasta Fay Hepworth. Shasta è la ex fidanzata dell’investigatore privato Lawrence “Doc” Sportello, un fanfarone un po fumato e sempre con la testa fra le nuvole ma in fin dei conti un brav’uomo e un’ottimo professionista anche se dai modi e dai metodi un po…particolari. La bella Shasta ha smarrito il suo nuovo amante, il magnate delle costruzioni Mickey Wolfmann, e teme che alle sue spalle ci sia in atto una specie di congiura. Non bastasse questo, Doc si mette anche sulle tracce del musicista Coy Harlingen, recentemente scomparso. Allo sfondo di tutto ciò però appare la temibile Golden Fang che non si capisce bene se sia una compagnia odontoiatrica, una misteriosa imbarcazione oppure una pericolosa banda criminale orientale. Leggendo il libro potete chiarirvi le idee. O forse no….

A fare da spalla al tragicomico spettacolo rappresentato dalle indagini di Doc c’è Christian “Bigfoot” Bjornsen, un poliziotto rigido e dai modi sgraziati che dimostra di avere un rapporto molto strano con il nostro eroe. I dialoghi tra i due sono tra i momenti più spassosi del romanzo.

Vizio di Forma è una storia di transizione che racconta il passaggio dal mondo lisergico degli anni 70 a quello consumistico degli 80; è una storia carica di malinconia e di riflessioni che vive di continui strattoni tra scene divertenti e quelle che dovrebbero essere scene un po più serie ma che alla fine finiscono per diventare risibili anch’esse. Così come lo spassosissimo Doc che ci prova davvero tanto a essere un temibile investigatore ma non ci riesce finendo per sembrare la caricatura di se stesso a metà strada tra un nostalgico e un hippie fumato.

Lo stile di Pynchon, esattamente come quello di tutti gli autori americani, tende ad essere poco lineare e molto divagante il che è perfetto in un romanzo in cui molti dei personaggi si fanno di droga per gran parte del tempo.

Vizio di forma è un romanzo che si lascia leggere da un pubblico particolare; non c’è linearità nello svolgersi della trama e la stessa evoluzione dei personaggi non rappresenta un appiglio per capire quello che sta succedendo prima che l’epilogo (occhio che dal film al libro il finale ha subito una piccola modifica) ti travolga come un’onda e ti riporti sano e salvo…alla riva più vicina.

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