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Exit Through the Gift Shop: sarà Banksy?

Forse è la prima volta che su questo blog parliamo di documentari e sono convinto che sia anche la primissima volta che si parla di street art e dei nomi che ne hanno decretato il successo: Invader, Shepard Fairey e tanti altri ma, il nome che più di tutti attira l’attenzione è quello di Banksy.

Banksy non si può spiegare a parole quindi prima di parlarvi del documentario a lui attribuito, Exit Through the Gift Shop, ve lo presento in immagini:

Banksy è questo

banksy-rat

quest’altro

banksy-e-la-cabina-di-londra

ma soprattuto questo

banksy-mona-lisa

Ironico, dissacrante e provocatorio, Banksy ha raccolto tutte le icone della società moderna e le ha private della loro sacralità mostrandone il vero significato e cioè il nulla. Sono simboli e in quanto tali non sono adatti a rappresentare emozioni. Eppure le sue opere non solo ti trasmettono emozioni ma ti prendono a pugni nello stomaco sbattendoti davanti alla faccia la futilità delle immagini che dovrebbero rappresentare la massima espressione della cultura di massa ma che invece sono solo punti di sutura, e per giunta messi male, su quella ferita che è l’ignoranza latente intorno a noi.

Ovviamente la street art non si studia a scuola e nemmeno la conosceremmo se le opere degli artisti non diventassero velocemente fenomeni virali grazie a Internet ma in primo luogo agli obiettivi di fotocamere e videocamere. Proprio grazie alla videocamera di un controverso personaggio che risponde al nome di Thierry Guetta (aka Mr. Brainwash) nel 2010 nasce Exit Through the Gift Shop.

L’allora operatore amatoriale Thierry Guetta ha deciso per pura accademia di mettersi alle calcagna di qualsiasi street artist gli capitasse a tiro, non solo per riprenderlo all’opera ma anche per partecipare attivamente alla creazione delle opere, molte delle quali illegali. Ma di questo gliene importava, e fondamentalmente ce ne importa, il giusto.

Così dopo mesi passati tra riprese in precario equilibrio, colla, bombolette di vernice e poliziotti ostili, l’obiettivo di Guetta ha potuto immortalare i lavori di

Invader

invader

Shepar Fairey

shepard-fairey-obey-giant-san-diego-1

e ovviamente Banksy

banksy

Possiamo dividere Exit Through the Gift Shop in due parti distinte che procedono a velocità diverse e che, negli intenti,  sono profondamente diverse e in questa suddivisione si riflette l’unico difetto del lavoro di Guetta: l’incoerenza.

Nella prima parte abbiamo un vero e proprio street movie girato con una camera a spalla che cattura voracemente gli artisti al lavoro o mentre sono impegnati a preparare il materiale per una sortita notturna. Dalla qualità delle immagini, dai movimenti macchina e dall’audio spesso in presa diretta traspare tutto l’interesse di Guetta per il mondo della street art e la narrazione per immagini nella sua concreta schiettezza e nella velocità, a volte eccessiva, dei cambi di inquadratura trasmette benissimo il senso di clandestinità.

Poi però si arriva alla seconda parte del documentario nella quale Thierry Guetta si evolve (o de-evolve a seconda dei punti di vista) in Mr. Brainwash. La narrazione diventa più compassata e il registro diventa quasi autobiografico. Guetta finisce per osannare il suo alter ego e a compiacersi dei risultati raggiunti. Il tutto diventa dissacrante in un modo che da fastidio viste le senzazioni positive che suscita la prima parte: entra in gioco il successo, il dio denaro e l’affermazione personale. In una parola il potere. E non è affatto bello. E’ la società che con i suoi tentacoli avidi di emozioni finisce per avviluppare il mondo della street art e ad assorbirlo nel suo ventre insieme agli altri simboli. Se Banksy aveva dissacrato i simboli del finto benessere occidentale, Guetta li riprende, gioca con photoshop e i colori, e ce li restituisce ancor più futili di quanto non fossero prima. Ha creato arte? Potrebbe essere come potrebbe non essere…

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In ogni caso la chiave di volta di Exit Through the Gift Shop rimane Banksy. L’inavvicinabile artista senza volto (se si tratta di lui) rappresenta oggi la massima espressione di una corrente di pensiero che, con le giuste proporzioni, può essere accostata agli ideali rivoluzionari francesi o carbonari ma anche ai movimenti sessantottini. Forse oggi coloro che riescono a fare veramente politica sono proprio gli artisti.

 

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