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Suburra: dal particolare all’universale

Nell’antica Roma la Suburra era uno spoglio quartiere situato tra i colli Quirinale, Viminale ed Esquilino che accoglieva gli strati più bassi della società cittadina: vi avvenivano furti, stupri e accordi politici segreti quasi all’ordine del giorno. Il nome proviva da sub-urbe che in latino vuol dire sotto la città, un eufemismo che ha connotazione urbanistica e morale. Il fatto che oggi vi si troviano molti tra i palazzi del potere politico italiano è uno di quegli scherzi ironici che la Storia ci ha giocato nel corso dei secoli . Non so se mi sono spiegato…

Terminata la digressione storica non ci rimane che fissare l’attenzione su Suburra, atteso e chiacchierato film di Stefano Sollima che racconta la città del malaffare, del vizio e dell’omertà che non è una squallida cittadina americana stavolta (dato che non ci troviamo dentro la seconda stagione di True Detective la cui recensione arriverà presto) ma nientemeno che la città eternamente sopravvalutata: Roma.

Suburra è un film che punta tutto sulla costruzione fumosa e caotica della vicenda per darti quella sensazione di smarrimento nei confronti di una storia sotterranea che viene alla luce di tanto in tanto e comunque solo in parte: la politica che stringe le mani alla bassa criminalità per garantirsi potere e vizi, l’affermazione personale dell’individuo in un contesto effimero, la trasformazione dell’uomo in ingranaggio di una macchina che produce fango illudendo allo stesso tempo ogni suo componente che si stia lavorando a qualcosa di più grande. In un contesto del genere si inserisce senza problemi il politico corrotto e viscido (Pierfrancesco Favino), il P.R. opportunista e codardo (Elio Germano) e il criminale traffichino (Claudio Amendola).

Purtroppo è anche questo il motivo per cui Suburra paga dazio: troppi clichè. La prima parte del film è un susseguirsi di politici che architettano piani sottobanco, criminali che affermano la loro supremazia, politici che si sollazzano in un tripudio di tette, culi e droghe, e poi ricatti, violenza gratuita e ogni altro tipo di clichè che potete trovare in qualsiasi film drammatico sul tema. Aggiungeteci anche quel pizzico di teatralità all’americana che poco o niente ha a che vedere con il cinema nostrano e immaginate la sensazione di disagio della prima ora di visione durante la quale non capisci nemmeno la storia personale dei vari personaggi tanto sono schiacciati sul fondale stereotipizzato della vicenda.

Pur continuando a snocciolare clichè manco fossero grani del rosario, la seconda parte di Suburra riacquista parecchio vigore e comincia finalmente il crescendo emozionale fino al raggiungimento di quello che mi è sembrato essere il tema portante del film: la metafora tra la pioggia (una costante per tutto il film) e l’intreccio degli inganni. Ti accorgi che la pioggia è troppa (a Roma) solo quando i tombini traboccano d’acqua esattamente come il malaffare quando si superano determinati confini.

Peccato per il finale impregnato ancora una volta di teatralità americana nel quale qualunque personaggio è in grado di fare qualunque cosa nonostante durante il resto della storia sia stato tutt’altro che centrale.

Suburra vive su un montaggio e una tecnica di ripresa veramente eccezionale. La qualità artistica del film deve molto alla decisione di riprendere Roma e Ostia quasi sempre nelle ore notturne, durante la pioggia e sempre da angolazioni che trasmettevano esattamente le emozioni utili a vivere la scena; ottima la scelta di togliere tutto il buonismo, le battutine e tutti quegli elementi che spesso servono a fare da contrappunto o comunque a mitigare il messaggio centrale. In Suburra si vuole proporre un tema pulp senza elementi che alleggeriscano il racconto.

Un grandissimo punto a favore è rappresentato dalla colonna sonora in cui spiccano 13 tracce del gruppo shoegaze francese M83: vocal melodici, chitarre distorte e distorsioni per raccontare in musica quello che le immagini propongono agli occhi.

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