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The Martian: molto meglio il libro

Lo so che il titolo di questo post è un’ovvietà tra le più quotate del campionario ma se c’è un titolo a cui possiamo appiccicare questa certezza è proprio The Martian. La mia recensione della trasposizione di Ridley Scott ha fatto arrabbiare non poche persone ma non ci posso proprio fare nulla se riesco a ragionare oltre la logica pubblicitaria, oltre il marketing e oltre i nomi altisonanti. Pace e Amore.

Fatto sta che ho voluto dare una seconda possibilità al brand The Martian recuperando il romanzo di Andy Weir da cui Scott ha tratto parte della sceneggiatura. E dico parte perchè per qualche strano motivo non ha scelto di prenderla tutta, cosa che gli avrebbe evitato di fare il film caricaturale che abbiamo visto. Non tutti con gli stessi occhi, ovviamente.

The Martian è un libro che ho imparato ad amare pagina dopo pagina e alla fine ho voluto veramente bene al povero Mark Watney che, abbandonato per errore su Marte, non si rassegna mai a doverci lasciare le penne e fa di tutto per allungare la sua vita fosse anche solo per un giorno o due.

Leggendo il romanzo ho rivissuto le stesse sensazioni di quando, da piccolo, lessi Robinson Crusoe. All’epoca mi colpì la voglia indefessa di sopravvivere nonostante tutto conducesse a una orribile morte, la fede nella Provvidenza e nelle proprie forze per affrontare un’avventura che fa scoprire sempre nuovi limiti fisici e psicologici. In The Martian mi ha veramente stupito quanto il personaggio di Mark sia accostabile a quello di Robinson. Mark è un botanico ma anche un ingegnere meccanico, praticamente è il ripara-tutto della missione Ares 3 e questo piccolo particolare basta e avanza per dare credibilità scientifica alla storia. Sbaglio io o le competenze ingegneristiche di Mark nel film non vengono menzionate? Mark si ingegna, si esalta e si deprime, dà fondo a tutto ciò che conosce senza mai abbandonarsi all’orribile pensiero di quello che potrebbe essere o non essere l’epilogo della sua avventura.

Quello che rimane è una splendida metafora sulla vita. Al di là degli spiegoni scientifici, degli espedienti messi in atto da Mark abbiamo da una parte un uomo di Marte che cerca di sopravvivere con ogni mezzo e dall’altra la NASA che ammette i propri limiti, la Cina che rinuncia alla sfida tecnologica contro gli USA, degli ingegneri che scordano di mangiare e dormire per realizzare in pochi giorni ciò per cui occorrerebbero mesi e degli astronauti che rischiano la vita per tornare a prendere un compagno rimasto indietro. E senza poter comunicare gli uni con gli altri. Differenze culturali e ideologiche che cedono il passo alla missione: salvare una vita umana.

Il messaggio che ho percepito in The Martian è che ciascuno di noi può sentirsi perso su un’isola deserta o su un pianeta ostile ma può sempre contare sulle proprie forze e sulla certezza che da qualche parte nel mondo c’è qualcuno che non conosce e che non lo conosce ma che sta lavorando per aiutarlo. E il più delle volte non sa nemmeno che lo sta facendo.

Ciascuno di noi può arrivare alla salvezza qualunque sia il significato che vogliamo attribuire a questa parola. Spesso la salvezza è strettamente collegata con la bellezza e The Martian è veramente un bel romanzo.

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