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Tutti sull’Everest…o forse no

Il tema è quello della sfida tra l’uomo e la natura (esteriore) e tra quello che un individuo decide di fare perchè può farlo e quello che crede di non poter fare (interiore). E’ l’essenza stessa dell’evoluzione umana: il limite esiste finchè non si prende coscienza che può essere superato.

Per quale motivo, si chiede il giornalista Jon Krakauer (si, quello di Into The Wild, proprio lui) un uomo dovrebbe, nel pieno delle proprie facoltà mentali, affrontare l’ascensione degli 8848 metri dell’Everest? Proprio per quello che dicevamo prima: per dimostrare di essere in grado di scalare la montagna più alta del pianeta. E dimostrarsi di saper superare i propri limiti.

Il problema semmai è tornare indietro vivi e integri per poterlo raccontare.

Nel 1996 due spedizioni organizzate, una guidata dallo scalatore esperto Robert Hall e l’altra dal guascone e avventuriero Scott Fischer, affrontarono l’ascensione del monte Everest. Purtroppo a causa di disorganizzazione, incomprensioni e del carattere piuttosto capriccioso del clima della zona ebbero dei problemi durante il ritorno; problemi che si possono quantificare nella morte di una decina di persone.

Tra gli scalatori che tentarono l’impresa c’era anche il giornalista Jon Krakauer che, scampato ai tragici eventi, l’anno successivo pubblicò un saggio (Into Thin Air) in cui proponeva la sua versione dei fatti, cosa che gli procurò gli strali di altri suoi compagni d’avventura che criticarono il suo modo di vedere le cose.

Premesso tutto ciò, il film Everest di Baltasar Kormakur è la trasposizione di Into Thin Air.

Everest colpisce subito per una fotografia spettacolare che ti presenta in pochi fotogrammi la maestosità del Dio del Cielo (Sagaramāthā in lingua nepalese). Un sapiente uso del colore (colori sgargianti di tute e tende, il blu profondo e ostile del cielo ma anche il bianco onnipresente dei ghiacci) rende l’impatto visivo del film una vera festa per gli occhi.

Anche il sonoro dell’ambiente è stato trattato con grande perizia. Sebbene le riprese siano state fatte ad altitudini e con condizioni climatiche non certo paragonibili con quelle che ci sono sulla Montagna (Inghilterra, Nepal, Roma e Trentino per l’esattezza) il comparto sonoro coinvolge quanto quello visivo.

Detto questo, tecnicamente c’è davvero poco da criticare a Everest: eccezion fatta per qualche oggetto che si sposta magicamente da una scena ad un’altra o per un cappello ora sporco di neve e 5 secondi dopo pulito (ma questi sono particolari da maniaco), il film è veramente ben costruito, sceneggiato e girato.

Everest vince soprattutto nello sviluppo del tema della sfida alla natura e a se stessi di cui parlavo prima. Spesso non bisogna neanche andare in Nepal al cospetto del Dio Del Cielo per tentare l’ascensione impossibile; spesso basta guardarsi dentro per capire che di montagne da scalare ce ne sono di più alte e pericolose anche se non sono coperte di ghiaccio, non sono altre quanto la quota di crociera di un Boing e non si deve essere scalatori esperti per affrontarle. Bisogna solo avere coraggio.

Filosofia a parte il film paga comunque qualche difettuccio.

Everest è nel complesso recitato bene. Keira Knightley risulta incredibilmente credibile nel ruolo della moglie preoccupata, Sam Wothington non ruba la scena al protagonista (Jason Clarke) e Jake Gyllenhaal è misurato come al solito. Su tutti spicca l’interpretazione di Josh Brolin. Il difetto, semmai, è che i personaggi non sono approfonditi più di tanto: sembrano come le foto che prima di partire per l’ascensione vengono attaccate alla bacheca. Non entri mai in sintonia o in risonanza con nessuno di loro, sono piatti. E piatti restano fino alle scene più toccanti del film.

Altro appunto lo farei alla confusione e alla lentezza della parte centrale del film. Everest dura 2 belle orette e non ci si annoia veramente mai però c’è una parte centrale in cui si capisce veramente poco, tanto che appena comincia la vera ascensione della Montagna quasi ti sorprendi a chiederti: ma perchè che diavolo hanno fatto da 45 minuti a questa parte? Forse bisogna essere esperti di scalate per capirlo. Forse bisogna essere stati sull’Everest.

Comunque, Everest è un ottimo film, tecnicamente ben fatto e recitato: se mettiamo sulla bilancia pro e contro il risultato è positivo. Non mi pare nemmeno che nelle intenzioni della produzione ci fossero tutte queste pretese quindi non c’è il rischio di cercare di trasformare una semplice storia di coraggio e scelleratezza avventurosa in un’icona di genere come è stato fatto con Into The Wild ma, lasciamo perdere perchè quella, purtroppo, è un’altra storia.

 

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